Colombia: la violenza non si ferma e affonda gli accordi di pace - di Vittorio Bonanni

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Qualcuno pensava realisticamente che gli accordi stipulati quattro anni fa tra il presidente colombiano Juan Manuel Santos e le Farc (Forze armate rivoluzionarie colombiane), il più forte gruppo armato del variegato arcipelago della guerriglia del Paese sudamericano, sarebbero andati a buon fine? La risposta è scontata.

Fin dall’inizio l’intesa per la quale al presidente della Repubblica era stato assegnato il Nobel per la pace (con l’esclusione delle Farc), accolta con favore dalla comunità internazionale, è stato invece boicottata in buona parte all’interno del Paese. Subito dopo l’intesa realizzata, alla fine di settembre del 2016, dopo 52 anni di guerra e sotto la supervisione dell’Onu, i cui colloqui si sono svolti a Cuba e in Norvegia, il nuovo presidente Ivan Duque Marquez, rappresentante della destra colombiana, si trovò a fronteggiare un referendum non obbligatorio proposto dallo stesso Santos, al quale partecipò solo il 37% dell’elettorato.

Sia pure per soli 66mila voti, l’intesa raggiunta è risultata non gradita dalla popolazione, rendendo così, suo malgrado, più difficile la realizzazione degli accordi di pace. Insomma un autogol. Questa divisione del Paese in due non permetterà tuttavia a Duque di smantellare un accordo già approvato.

Secondo l’istituto Kroc, un organismo che si occupa di scenari internazionali, solo il 25% degli accordi è stato messo in pratica. Uno dei principali problemi riguarda la riforma rurale. Anche se qui sono stati registrati dei progressi, questi sono troppo modesti per poter essere considerarli una vera e propria svolta. Bisogna poi aggiungere il coinvolgimento delle comunità locali in questo processo di trasformazione, il cui obiettivo è quello di ridurre le terribili disuguaglianze che hanno sempre caratterizzato la storia della Colombia. Ma questo significa trasformare in attori coloro che sono sempre stati vittime dei poteri forti di uno Stato violento ed assassino. E la sfida appare al momento ardua e ai limiti dell’impossibile, viste le continue uccisioni da parte dell’esercito e dei gruppi paramilitari di leader delle comunità indigene, militanti in difesa dei diritti umani, sindacalisti e ex guerriglieri delle Farc, alcuni dei quali, vista la situazione, hanno deciso di riprendere in mano le armi. Sono state ignorate anche quelle modifiche istituzionali – le “Circoscrizioni temporanee speciali di pace”, che permetterebbero la partecipazione delle vittime, e quegli adeguamenti normativi che avrebbero garantito la mobilitazione e la protesta pacifica.

Malgrado questo quadro sconfortante, la Colombia ha ottenuto un prestito dalla Banca Mondiale. Una decisione – visto il quadro che abbiamo descritto – che appare come un vero e proprio favore a Duque. A questo dobbiamo aggiungere l’atteggiamento negazionista del governo, che imputa l’uccisione di decine di ex guerriglieri a faide interne ai narcotrafficanti.

È in questo quadro che ha trovato la morte il cooperante italiano Mario Paciolla, impegnato in Colombia con grande passione con le Nazioni Unite. I media colombiani riportavano nuovi dettagli riguardanti la sua uccisione, per la quale sono sotto inchiesta quattro agenti della polizia militare. In ogni caso l’operato del giovane non era certo visto di buon occhio, perché era finalizzato a mettere in pratica l’accordo di pace in un’area dove la produzione della coca è ancora molto forte, e i gruppi paramilitari non vedono l’ora di occupare i luoghi lasciati liberi dalla guerriglia. Paciolla ha trovato la morte mentre nel Paese imperversavano una violentissima repressione statale e continui attacchi di gruppi paramilitari. Contro questo terribile scenario si è opposta, tra i tanti, anche Claudia Lopez, esponente del partito di centro Alianza Verde.

Importante è stata la sentenza della Corte Suprema, che ha imposto al governo di garantire il diritto alla protesta pacifica. Anche l’opposizione ha accusato il presidente Duque e il suo governo di massacri, torture e uccisioni nei confronti di studenti e sindacalisti. Si è unito al coro anche il senatore Ivan Cepeda, del Polo Democratico, che ha annunciato che depositerà una denuncia presso la Corte penale internazionale per crimini di lesa umanità contro il presidente Duque e il ministro della Difesa, Carlos Holmes Trujillo.

L’unica soluzione a questo scenario violento, dove la fanno da padrone interessi neocapitalisti e una criminalità organizzata strettamente legata alla destra, è la messa in pratica dell’accordo di pace, con il sostegno dalla parte migliore e democratica del Paese. Ma senza il chiaro sostegno della comunità internazionale, la Colombia sarà destinata a vivere in un contesto dove gli anni della violenza non avranno mai fine.

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