Torino brucia, ma è solo fuoco di paglia - di Marco Prina

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Il 26 ottobre a Torino sono andate in scena ben due manifestazioni contro i pesanti effetti del Dpcm del 25 ottobre che limita circolazione e assembramenti legati al tempo libero dopolavoristico (aperitivo, teatro, cinema, palestra, ristorante). Convocate sull’onda delle mobilitazioni di Napoli, ciascuna ha rappresentato due mondi diversi della stessa metropoli.

La più grande, promossa da esponenti di Fratelli d’Italia, ha portato in piazza un migliaio di piccoli imprenditori della ristorazione e del tempo libero. A questa piazza ha aderito pure la destra neofascista (da Casa Pound a Forza Nuova), alla disperata ricerca di radicamento e di un abito più presentabile. Vietati i simboli di partito, abolite le distanze di sicurezza, con tanti slogan sulla “libertà” e nessuno sull’“ordine”. Età media: 50 anni. Una piazza apparentemente tranquilla per avere alla fine un incontro con l’ex-squadrista Marrone in veste di vicepresidente del Consiglio regionale: le amministrative di Torino sono vicine.

L’altra piazza nasce da un appello virale sui social di anonimo leghista dai contenuti vagamente sovranisti: 500 persone, in maggioranza maschi, di età media 30 anni, con ventenni provenienti dalle periferie: Vallette, Barriera di Milano, Borgo Vittoria, Mirafiori. Elementi di comunanza sono l’appartenenza a un territorio, il rap e la trap, la tifoseria (i Drughi della Juventus o gli Ultras del Toro), il disagio esistenziale delle periferie, l’essere una generazione senza presente. Poi ci sono gli infiltrati, quelli dei centri sociali: anarchici e autonomi, anche loro lì, ma più per vedere e casomai partecipare. Alcuni provano a mettere uno striscione che viene subito tolto dopo un battibecco. Nessuno deve esporre vessilli di bottega, questo è l’accordo.

I due gruppi rimangono separati dalle distanze delle piazze e dai cordoni della polizia, la cui mission è la difesa a oltranza della Prefettura e della Regione. Il resto lo dimenticano.

Nel presidio dei giovani qualcosa non va. Parte una carica di “alleggerimento” con qualche lacrimogeno: la massa si disperde frantumandosi in vari gruppi. Ultras e black block cercano di controbattere la polizia, mentre le bande di periferia vanno all’assalto dei negozi di lusso per razziare scarpe, vestiario, profumi, prodotti tecnologici di marca (Gucci, Vuitton, Apple ...), incarnando per qualche minuto i testi rabbiosi dei loro miti musicali, filmandosi sugli smartphone davanti ai trofei delle vetrine rotte per finire sui social alla caccia di like. “King for a day”, c’è anche questo.

Poi arriva il tentativo di allargare le devastazioni alle altre vie del centro. Roba mai vista in città, neppure all’epoca delle mobilitazioni per Sole e Baleno del 1998, in più mancano dei simboli politici di denuncia, come le banche o le agenzie interinali, mancano le scritte. Qui siamo di fronte a un riot all’americana, dove la periferia si prende il microfono e rutta il proprio disagio, senza alcuna copertura e guida politica. Non ci sono “capi”, né fra le tifoserie, né fra i ragazzi dei centri sociali. Se nella piazza “pacifica” dei ristoratori e delle imprese individuali c’è la paura per il futuro, in quella più rabbiosa scoppia l’assenza di futuro.

Il popolo è quello dei quartieri a più alti tassi di disoccupazione giovanile, microcrimine, diffusione di droga e presenza di immigrati. Un centro sociale ha fatto una mezza rivendicazione dell’accaduto, ma più per mandare un sms alla sindaca piuttosto che vantare un radicamento o una forza che non si ha.

Ricordiamo che Appendino aveva vinto le elezioni sull’onda dello slogan di riportare al centro le periferie, da venti anni dimenticate dalle precedenti giunte. Infatti la sua prima azione è stata il blocco della costruzione della nuova linea metropolitana (in via di cantierizzazione) che doveva unire velocemente il nord con il sud della città, riqualificando quei territori. Sono rimasti solo alcuni micro-progetti sparsi, della forza di un bicchiere nel mare. Di fronte a un disastro così annunciato c’è poi poco da stupirsi o scandalizzarsi.

Alla Cgil rimane la possibilità di riempire quei colossali vuoti. Magari con una maggiore presenza confederale in quei territori abbandonati da tutti: dalle istituzioni e dalle imprese, dalle altre organizzazioni politiche e sociali con l’eccezione delle sole parrocchie. Per organizzare un intervento sociale e aggregativo, sui diritti del lavoro e non-lavoro giovanile e delle donne (i lavori autonomi delle app, quelli sottopagati dei servizi, i moderni lavori servili del lavoro di cura, ...), per il diritto alla casa, ad un reddito di cittadinanza che non sia sola elargizione di bonus ma reale politica attiva, di sostegno alla formazione e alla ricerca di un lavoro migliore.

Sono battaglie minime, a cui si affianchino quelle sulla Carta dei diritti, sulla riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario e quella, dimenticata, sul Piano del lavoro.

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