Uber Eats, anche per il Tribunale di Milano è sfruttamento - Francesco Melis

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Confermati l’intermediazione illecita e lo sfruttamento dei lavoratori. 

Le accuse di sfruttamento e intermediazione illecita presenti all’interno del procedimento preventivo presentato dal Tribunale di Milano nei confronti di Uber Italy, filiale italiana della rinomata azienda statunitense del food delivery, vengono confermate.

Tutto ha avuto inizio il 5 e 6 novembre 2019, quando vengono raccolte le dichiarazioni di 16 lavoratori richiedenti asilo in attesa di permesso di soggiorno provvisorio, residenti in un centro di accoglienza della provincia pavese, dalle quali si inizia a configurare il sospetto di un’intermediazione illecita. Dalle prima interlocuzioni avvenute con i rider in questione, questi dichiarano di avere svolto la propria attività per Uber attraverso un’altra società, che li pagava 3 euro a consegna indipendentemente dal chilometraggio, dall’orario diurno o notturno, e dalle condizioni atmosferiche.

Nella pratica i lavoratori utilizzavano l’app di Uber per accettare e gestire gli ordini, e nonostante il compenso calcolato in relazione al chilometraggio venisse assegnato dalla applicazione (che già tra le sue competitor è una di quelle che applica il compenso più basso), il valore pagato dagli intermediari era sempre di 3 euro, indipendentemente da ciò che veniva indicato nell’app. In questo modo si andava a configurare in maniera evidente una modalità di cottimo “puro”.

Dall’avviso di conclusione delle indagini, l’8 ottobre scorso, si evincono ulteriori punti che descrivono l’abuso e lo sfruttamento perpetrato nei confronti dei lavoratori. Oltre al pagamento più basso, i lavoratori venivano “derubati” dalle mance che i clienti davano volontariamente per il servizio svolto. Oltre a questo si configurano modalità punitive esercitate attraverso le decurtazioni economiche denominate “malus”, e calcolate in base al numero di rifiuti di eventuali consegne proposte al lavoratore tramite l’applicazione.

La quantificazione della sanzione, come si può leggere nelle chat whatsapp analizzate dagli investigatori, corrispondeva a 50 centesimi per ogni consegna non effettuata se queste avessero superato il 5% del totale degli ordini ricevuti. In aggiunta, il lavoratore che per qualche motivo non avesse rispettato le direttive arbitrarie impartite andava incontro a sanzioni di tipo economico.

Un esempio pratico per comprendere l’applicazione di tali decurtazioni si può evincere dai dati recuperati dagli investigatori, consultabili nel decreto 9/2020 emesso dal Tribunale di Milano. Il compenso settimanale registrato tra il 20 e il 26 maggio, in riferimento a 47 consegne effettuate durante la settimana, corrispondeva alla misera paga di 119 euro, alla quale oltretutto veniva applicato un “malus” di 22 euro.

Ai punti elencati precedentemente si somma la possibilità da parte di queste società di sanzionare il lavoratore per “assenza ingiustificata”, o addirittura di richiedere a Uber il blocco dell’account se queste assenze si fossero ripetute più volte nell’arco del mese o della settimana. Con questo meccanismo le società erano in grado di estromettere a tutti gli effetti il rider dal circuito lavorativo, creando così un sistema di ricatto che permetteva una totale sottomissione del lavoratore.

La situazione di maltrattamento e sfruttamento ai quali erano sottoposti erano ben note ai dipendenti di Uber coinvolti nello sfruttamento dei rider, come si può facilmente evincere dalle intercettazioni raccolte dagli investigatori. In una di queste intercettazioni Gloria Bresciani, Senior operation manager di Uber, dice: “Però ti prego, davanti a un esterno non dire mai più ‘abbiamo creato un sistema per disperati’. Anche se lo pensi, i panni sporchi vanno lavati in casa e non fuori”.

I vincoli e i soprusi rivolti a questi lavoratori si sono innestati in un modello di lavoro totalmente deregolamentato, che si ostina a considerare i rider come lavoratori autonomi, e quindi privandoli di qualsiasi tutela e rappresentanza.

 

In queste settimane abbiamo visto come le piattaforme, attraverso la propria associazione di rappresentanza Assodelivery, abbiamo eluso non solo le linee guida emesse dai tribunali, ma anche i percorsi di confronto proposti dal governo, firmando un accordo di comodo per rendere strutturale un modello che non permette la costruzione di un sistema di tutele per questa tipologia di lavoratori. Anche per questo ha risposto la giornata di mobilitazione nazionale del 30 ottobre, promossa dalle Union dei riders e dai sindacati confederali, per rivendicare maggiori diritti e tutele.

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