Non è un paese per vecchi - di Aurora Ferraro

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Nel tragico momento storico della pandemia da coronavirus, che così duramente sta colpendo il nostro Paese e quasi l’intero mondo, per le persone anziane è veramente un gravissimo momento. Il virus si accanisce infatti su anziani e grandi anziani, causando spesso effetti devastanti, amplificati da patologie preesistenti e provocando un numero insopportabile di decessi.

L’emergenza di questi mesi ha squadernato le gravi carenze del nostro sistema sociale, aprendo riflessioni e ripensamenti che, speriamo, non si sciolgano come neve al sole allo scomparire della pandemia.

E’ ormai chiaro che il nostro Sistema sanitario, ancora prevalentemente pubblico, anche se l’erosione da parte del privato si fa sempre più aggressiva e invasiva, negli ultimi decenni non ha solo subito il taglio delle risorse, ma ha anche una torsione organizzativa che sempre di più lo allontana dal modello che la riforma del 1978 aveva disegnato. Un’organizzazione ospedale-centrica, che ha privilegiato la cura dei malati acuti, dimenticando aspetti fondamentali quali la prevenzione, la cura ordinaria, il sostegno medico e sociale lungo l’arco della vita.

Sono aspetti che solo una vera organizzazione della sanità territoriale, integrata a una rete di servizi sociali, potrebbe realizzare a beneficio non solo della più fragile popolazione anziana, ma di tutta la comunità, degli uomini delle donne anche, e soprattutto, in situazioni di disagio sociale e sanitario. Ma, certamente, il ritorno politico, elettorale e anche economico (lecito e per lo più illecito), che si realizza con la costruzione di un ospedale, è troppo appetibile.

Le lunghe code davanti ai pronto soccorso ci parlano di un territorio desertificato dal punto di vista dei servizi sanitari e sociali, incapace di rispondere a bisogni diffusi della popolazione.

La gestione delle Rsa e delle case di riposo, soprattutto nella prima fase della pandemia, ha dimostrato tutta la sua inadeguatezza causando la morte, oltre che di tanti operatori mal organizzati e mal protetti, di migliaia e migliaia di anziane e anziani. Una strage silenziosa, che ha falcidiato la generazione protagonista della ricostruzione post bellica, della crescita economica e sociale di questo Paese, delle lotte per la conquista dei diritti iscritti nella Costituzione, del contrasto al terrorismo e ai tentativi di sovvertimento del nostro sistema democratico.

Nei confronti di questa generazione sta prendendo piede una scuola di pensiero piuttosto diffusa e che per la verità viene da lontano, che afferma che, vista la sua improduttività e, anzi, il suo alto costo sociale ed economico, deve essere protetta sì, ma in una condizione di isolamento. Questo è quanto andava sostenendo il presidente delle Regione Liguria, Giovanni Toti, qualche giorno fa, esplicitando in modo brutale il concetto di una società che mette al centro la capacità produttiva degli uomini e delle donne che la compongono, confinando ai margini tutti coloro al di fuori degli standard produttivi. Un’idea ben misera, che poco ci lascia sperare sull’agognato cambiamento che la pandemia dovrebbe produrre.

Dovrebbe sapere il presidente Toti - sulla cui produttività è lecito nutrire più di qualche dubbio - che non solo gli anziani sono la ricchezza storica e morale di una collettività, ma nella situazione italiana, oltre a sostenere economicamente figli e nipoti in precarie o assenti condizioni lavorative, rappresentano un pezzo insostituibile di welfare per i più piccoli e anche, spesso, per i grandi anziani di cui lo stato non si occupa.

Il Toti-pensiero ha però altri illustri epigoni, spesso in ambiti inattesi: il cosiddetto “fuoco amico” che colpisce, e colpisce duro. “Nonni contro nipoti, le generazioni divise dalla pandemia”, titolo dell’articolo di Michele Serra pubblicato da La Repubblica è, se possibile, ancora più sbagliato e dannoso, perché ripropone la contrapposizione tra anziani e giovani. Per di più, cosa gravissima, Serra attacca frontalmente il “sindacato dei vecchi”, a suo dire inutile, anzi, dannoso: quasi 1/3 della popolazione italiana, quindi, non solo da isolare, ma alla quale viene negata la possibilità di organizzarsi in sindacato per difendere e migliorare le proprie condizioni economiche e sociali.

Anche questa è una posizione non nuovissima, che però trascura una verità sostanziale: i pensionati e gli anziani hanno bisogno di un forte soggetto contrattuale che li rappresenti e che, pur dentro un orizzonte confederale, lotti per pensioni più dignitose; per l’ottenimento di una legge quadro per la non autosufficienza attraverso la quale rimodellare il nostro welfare; per un fisco equo che metta lavoratori e pensionati sullo stesso piano, anche puntando all’abbassamento della pressione fiscale sulle pensioni, portandola ai livelli degli altri Paesi europei.

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