Grazie, Domenico - di Giacinto Botti

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Scrivo questo personale ricordo a pochi giorni dalla morte, a 82 anni, dell’amico, del compagno Domenico Bonometti. Se n’è andato in silenzio, in punta di piedi, con la stessa orgogliosa dignità che ha caratterizzato tutta la sua vita di uomo, padre, marito, militante politico e sindacalista. Un padre che ha dovuto affrontare, insieme alla moglie Lucia e al figlio Andrea, l’indicibile dolore per un’immensa perdita, una delle prove più dure e difficili che si possano immaginare. La sua profonda umanità, il suo riserbo orgoglioso pur nella sofferenza mi hanno sempre accompagnato. Mi accompagnano ancora.

La scomparsa di Domenico addolora e sgomenta tutti coloro che hanno avuto il privilegio di godere della sua amicizia, la fortuna di condividere con lui una vita di militanza e di passione politica sindacale. Per me, oltre quarant’anni. Anni fantastici e terribili, di impegni faticosi, di delusioni e disillusioni, di conflitti e di amicizie interrotte, accompagnati da indimenticabili momenti di gioia, di conquista, di vicinanza e di solidarietà. E momenti di sorrisi, di conviviale e piacevole leggerezza.

Potrei condensare il ricordo di Domenico in pochissime parole: era una bella persona, un uomo gentile, perbene, doti essenziali che lo hanno accompagnato per tutta la sua non sempre facile esistenza.

Il mio rammarico è di non aver potuto partecipare all’ultimo saluto, perché stavolta il tam tam della solidarietà, dell’appartenenza, della vicinanza nel dolore non ha funzionato: l’informazione sulla sua morte è stata a dir poco deficitaria, in Cgil e tra di noi. Perché Domenico era uno di noi, un delegato di fabbrica, un dirigente sindacale della Fiom, della Cgil e dello Spi. Un militante e dirigente della sinistra politica, da sempre parte di una lunga storia collettiva, umana prima che sindacale e politica, che nulla e nessuno può cancellare.

Nei ricordi di questi giorni c’è un giudizio unanime, un riconoscimento che accomuna tutte e tutti. Domenico, compagno schietto e puntiglioso, partigiano appassionato, non aveva ambiguità né diversi volti secondo le occasioni, lui era vero agli occhi di tutti. Semplice, schivo, diretto e privo di doppiezze, lineare nei suoi ragionamenti tanto quanto coerente nelle sue scelte. Unitario, disponibile, gentile, leale quanto radicale, fermo e deciso nelle sue profonde convinzioni, rigoroso, determinato anche nel conflitto e nelle rotture. Un combattente, un militante coerente sino in fondo, sino allo sfinimento delle sue forze, che erano molte, straordinarie dietro l’apparente fragilità del suo fisico minuto, nervoso ma robusto.

Ho conosciuto Domenico nella veste di delegato di fabbrica e militante di Democrazia Proletaria; facevamo attività politica nella zona nord est di Milano - abitava a Settala - mentre sindacalmente militava nella zona sud perché lavorava nella fabbrica metalmeccanica Nardi, a Linate. Eravamo alla fine degli anni ‘70, io giovane delegato della Gte di Cassina de’ Pecchi, Domenico, più “anziano” di età e di esperienza, un vero “capofabbrica” da ascoltare sempre con attenzione.

Nelle mille lunghe e fumose riunioni sindacali e di partito era un riferimento per noi giovani delegati. Non incuteva soggezione ma naturale rispetto. Quando ci si trovava dopo il lavoro in via Vetere, sede di Avanguardia Operaia e poi di Democrazia Proletaria, nella commissione lavoro organizzata dall’indimenticabile compagno Luigi Cipriani, “Cippone”, per non sbagliare l’intervento attendevo quello di Domenico.

Eravamo due metalmeccanici iscritti alla Fiom, compagni della sinistra sindacale, di “Democrazia Consiliare”, la componente di Dp quando nella Cgil c’erano ancora le componenti di partito. Lì sono le radici della sinistra sindacale collettivamente organizzata in Cgil: noi siamo figli di quella storia, della quale Domenico è stato un protagonista assoluto.

Lui del Pdup, io di Ao, del Cub Autelco, poi sempre insieme dentro Dp dalla sua nascita, nel 1975, sino allo scioglimento nel 1991. Poi ancora insieme in Rifondazione Comunista sino alla scissione e alla nascita del Pdci. Sempre a fianco nella lunga storia della sinistra sindacale, fino alla divisione organizzativa e politica intervenuta, purtroppo, nel nostro percorso sindacale.

Domenico era un dirigente regionale e nazionale della Fiom, dal congresso del 1986 entrò a far parte del Comitato Centrale e, prima del congresso nazionale di Verona del 1989-90, venne distaccato dalla fabbrica come funzionario Cgil a Milano, divenendo tra l’altro riferimento politico e organizzativo di Democrazia Consiliare.

Al Congresso Fiom di Verona, dopo un durissimo scontro politico, riuscimmo a farci riconoscere come rappresentanza plurale di Democrazia Consiliare, e anche grazie a lui un gruppo di compagni, tra cui il sottoscritto, entrò nel Comitato Centrale. Erano anni di dure battaglie politiche interne all’organizzazione, di disconoscimenti e discriminazioni, di lotte sindacali nei luoghi di lavoro e nelle piazze contro il padronato e i governi di allora.

Domenico aveva un forte senso di appartenenza alla Cgil e al partito. Orgoglioso, apparentemente spigoloso, su di lui potevi contare sempre. In ogni momento trovavi solidarietà, vicinanza, complicità e forza morale, e un innato spirito di servizio, una predisposizione alla militanza estrema, totale e caparbia.

Centinaia di banchetti per la raccolta firme per i referendum di Dp sulla contingenza, sull’articolo 18, contro il nucleare; centinaia le manifestazioni, le lotte per la conquista dei contratti nazionali, i picchetti dinanzi alle fabbriche in lotta, le mobilitazioni contro l’inquinamento, per la difesa dell’ambiente e della democrazia. Le feste di Dp prima e di Rifondazione poi della zona nord est, le campagne elettorali snervanti, decisive per la sopravvivenza di Dp in Parlamento.

La sua auto sempre carica di volantini, giornali, bandiere, tavoli, scope e secchi per “attacchinare” migliaia di manifesti, giorno e notte. La preparazione dei comizi nei tanti paesi, nei quartieri popolari, dinanzi le fabbriche. Momenti di ristoro al bar, in alcune occasioni a casa sua, nel palazzo popolare di Settala dove viveva con la sua bella famiglia. Lui c’era sempre, era una presenza sicura, affidabile.

Indimenticabili le elezioni politiche del 1983. Dopo la delusione cocente del mancato quorum del cartello di Nuova Sinistra Unita del 1979, mitigata poco dopo dall’elezione di Mario Capanna a deputato europeo per Dp, ci siamo immersi col massimo impegno, giorno e notte, in una campagna elettorale che avrebbe potuto segnare precocemente la fine del partito. Dp raggiunse il quorum, fu eletta una agguerrita pattuglia di 7 deputati che si posizionò all’opposizione del primo governo Craxi.

Quel decisivo risultato elettorale fu possibile grazie alla presenza nei luoghi di lavoro di delegati, “capofabbrica” e dirigenti politici-sindacali come Domenico. Averlo a fianco nello scontro politico e sindacale, davanti ai cancelli della fabbrica o nel corteo, nei congressi o nelle tante riunioni sindacali, ti dava sicurezza. Radicale ma mai estremista, con una forte cultura unitaria, confederale e generale, mai chiuso nel particolare della sua realtà produttiva.

Domenico, rigoroso e puntiglioso, mai pedante, un linguaggio diretto fuori da ogni “sindacalese” e “politichese”, semplice quanto chiaro ed efficace, forgiato nel rapporto diretto con il mondo operaio come delegato di fabbrica. Si faceva capire sempre, per sua natura, per appartenenza di classe. Era gentile ma non accomodante, disponibile all’ascolto ma non remissivo, di nobili sentimenti tra i quali albergava pure un giusto conflitto di classe. Difendeva con determinazione le sue idee e ciò in cui credeva.

Aveva deciso da sempre con chi stare, forte delle sue radici, della sua cultura, della sua storia, capace di una “mite” quanto determinata autorevolezza nella conquista del consenso, nel luogo di lavoro come nel territorio e nel sindacato.

Sulla coerenza e la lealtà di Domenico non c’era da dubitare. Anche quando le nostre strade si sono divise, due congressi fa, non si è mai spezzata l’appartenenza alla storia comune, non sono venute meno le ragioni profonde che avevamo collettivamente costruito e condiviso. Le rotture politiche ci hanno segnati, mai però è venuta meno la stima, la solidarietà, la vicinanza umana, l’amicizia che si è cementata, con Domenico e con altre e altri, in oltre 40 anni di passioni e di lotte. Ci siamo divisi ma non ci siamo mai persi.

Domenico non aveva ambizioni personali, non si metteva in corsa per una carica sindacale, e forse per questo non ha avuto i giusti e meritati riconoscimenti. Ma lo trovavi sempre un passo avanti come delegato, come dirigente rappresentativo immerso nella realtà sociale. Nemico della retorica verbosa e delle analisi prive di concretezza, andava al sodo delle cose e i suoi interventi erano decisi, sempre “sul pezzo”. Camminava sulla terra e viveva la condizione operaia direttamente nella quotidianità.

È stato un dirigente sindacale e un politico capace di seminare cultura e coscienza, un lavoro enorme, essenziale per una nuova sindacalizzazione e politicizzazione nel mondo del lavoro, e dentro e fuori la fabbrica. Questo non gli è stato mai adeguatamente riconosciuto.

Sceglieva per convinzione, mai per opportunismo o convenienza personale. Era di una lealtà traboccante, sconfinata, e questo modo di essere e di vivere con coerenza la sua militanza, merce sempre più rara, è rimasto indelebile. Era una persona di specchiata e rigorosa moralità.

Troppi amici, compagne e compagni ci hanno lasciato. Certi vuoti non si colmano e ci accompagnano tutta la vita. Li riempiamo facendo vivere ogni giorno i desideri e le aspirazioni delle loro esistenze. Il modo migliore per ricordarlo, dunque, è continuare a impegnarci, a lottare con la stessa passione e dedizione per quel mondo migliore cui aspirava, e al quale ha dedicato la sua vita di uomo e di militante sindacale e politico. Ciao Domenico, ti vogliamo bene. Grazie.

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