La Cgil per la Pace e il disarmo - di Giacinto Botti

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Il 5 marzo a Roma il popolo della Pace ha manifestato numeroso contro la guerra in Ucraina, per fermare le armi. Insieme alla Cgil, le tante associazioni, migliaia di persone pensanti, senza elmetto, non rassegnate alla guerra. Donne e uomini non certo imparziali tra aggredito e aggressore, che respingono l’accusa vigliacca di equidistanza per giustificare il ritiro dalla piazza e il sostegno all’invio delle armi.

C’è chi paragona l’aggressione all’Ucraina alla seconda guerra mondiale e alla resistenza partigiana contro il nazifascismo: basta con la demagogia e la retorica, occorre guardare alla storia per capire il presente e sfuggire al pensiero unico. Le guerre si prevengono con la diplomazia e l’azione politica, si contrastano prima che si inneschino. Invece si è preparata la guerra, non la Pace.

Il conflitto in corso porta un passato terribile dentro al nostro presente. Siamo alla follia, si corre il rischio di un allargamento dello scontro fino al possibile utilizzo di armi atomiche. Questa aggressione a un paese sovrano avviene in violazione della Carta dell’Onu e del diritto internazionale, come per tutte le guerre del Novecento scatenate dall’Occidente. Non è la prima volta che avviene nel cuore dell’Europa: non dimentichiamo la sanguinosa guerra nell’ex Jugoslavia, quella che la Cgil di Cofferati definì purtroppo una “contingente necessità.

Oggi la Cgil non ha ambiguità.

In ogni guerra si calpestano le convenzioni dell’Onu e i diritti umani, si alzano muri di falsità, si bombardano città, si uccidono civili, si stuprano donne. Non dimentichiamo i popoli palestinese e curdo, i bombardamenti su Gaza e il Rojava, i civili, i bambini massacrati. Non rimuoviamo le guerre in Afghanistan e in Iraq, costruite sulle menzogne.

Questo conflitto e le stesse sanzioni faranno sentire per anni le loro conseguenze sul piano sociale ed economico. A pagarne il prezzo più alto saranno le giovani generazioni, la parte meno abbiente della popolazione, il mondo del lavoro.

Sulla guerra ci siamo ritrovati ancora senza alleanze politiche, in contrasto con tutte le forze di governo. Ma la Cgil non è affatto isolata, come per lo sciopero generale del 16 dicembre. Il segretario generale Maurizio Landini, interpretando il sentire della maggioranza degli italiani, ha rimarcato la vicinanza al popolo invaso, le ragioni dell’avversità alla guerra e all’invio di armi.

Abolire la guerra come si è abolita la schiavitù significa guardare oltre, è un’idea di progresso, di pace, di riconoscimento reciproco tra popoli. Abolire la guerra significa ripudiarla, fermare le armi, non inviarle, non fabbricarle, non commerciarle. Significa riconvertire le fabbriche che le producono, ridurre le spese militari, abolire le armi nucleari. Ed essere contro il riarmo italiano e tedesco, contro le decisioni del ministro della difesa, che vuole portare le spese militari, già salite a 25,8 miliardi, a 40 miliardi nel 2027. Mentre crescono precarietà di vita e di lavoro, diseguaglianze e povertà, sparisce il tessuto produttivo di qualità, si taglia lo stato sociale, si privatizzano la scuola e la sanità pubbliche, si aggrava la crisi ambientale ed energetica.

La sfida è come si esce da questa crisi di sistema: per noi se ne esce con la radicalità della proposta e con un pensiero alternativo al liberismo e al bellicismo, investendo su Pace, progresso sociale e democratico, eguaglianza per dare una speranza di futuro alle nuove generazioni con la partecipazione e l’utopia del possibile. Con la Cgil unità e plurale.

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