Questura di Verona: solo “mele marce”? - di Paolo Righetti

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Ai primi di giugno cinque poliziotti del reparto Volanti della Questura di Verona sono stati arrestati con l’accusa di diversi episodi di tortura, violenze, lesioni, umiliazioni, in un arco temporale da luglio 2022 a marzo 2023, ai danni di persone fermate, di soggetti particolarmente deboli, migranti, senzatetto e tossicodipendenti. Ad alcuni è stato contestato anche l’odio razziale. Nell’indagine sono coinvolti altri 17 indagati, e 23 poliziotti sono stati cautelativamente trasferiti ad altri incarichi amministrativi dal nuovo questore di Verona, con la probabile imputazione di non aver impedito o comunque aver taciuto sugli abusi contestati ai propri colleghi.

Un coinvolgimento tale che non consente una minimizzazione della vicenda, come sostenuto dallo stesso giudice delle indagini preliminari che, nell’ordinanza di custodia cautelare, parla di un “modus operandi consolidato”, di dolo intenzionale, di “sadico godimento”, testimoniato anche da diverse intercettazioni telefoniche, di tradimento della propria funzione, commettendo reati invece di prevenirli.

Certamente sarà il procedimento giudiziario a stabilire e definire le diverse responsabilità. Così come va evitata una colpevolizzazione di tutti gli operatori e le operatrici di polizia che quotidianamente affrontano rischi rilevanti, aggressioni e situazioni complicate e difficili da gestire, come giustamente hanno puntualizzato i sindacati della Polizia di Stato.

Ma quanto successo ripropone importanti interrogativi sui temi della legalità, della trasparenza, del rispetto dei diritti umani e dei principi costituzionali, sul perché si ripresentano frequentemente episodi gravi e inaccettabili in cui un’aggregazione di funzionari e operatori delle forze dell’ordine pensa di potersi comportare al di sopra e contro le regole e di restare impunita, e su quali sono gli strumenti di gestione politica, culturale e organizzativa necessari a prevenirli e impedirli.

Senza tornare a quanto avvenuto a Genova nel lontano 2001, alla gravissima violazione dello stato di diritto avvenuta in quei giorni e in altre situazioni meno note ma analoghe, sono troppi gli episodi di tale natura che periodicamente si ripetono: dai fatti della caserma dei carabinieri Levante di Piacenza negli anni dal 2018 al 2020, a quelli nelle carceri di Santa Maria Capua a Vetere, Ferrara, Torino, Aulla, dal caso di Stefano Cucchi a quelli di Federico Aldrovandi, Riccardo Magherini, Giuseppe Uva e altri ancora, fino a quelli più recenti ai danni di una donna transessuale a Milano e di un migrante a Livorno.

Tutto ciò è il frutto di una cultura autoritaria, securitaria e xenofoba che, in direzione contraria al difficile processo di democratizzazione della Polizia di Stato e di tutte le forze dell’ordine, si caratterizza per la repressione del dissenso e dei conflitti e per la criminalizzazione dei migranti, delle persone più disagiate, problematiche e soprattutto vulnerabili, che invece avrebbero bisogno di percorsi più strutturati di accoglienza e inclusione sociale, di sostegno economico e psicologico, di un alloggio dignitoso, di regolarizzare la propria condizione.

Siamo di fronte a una politica della “sicurezza” che oramai caratterizza importanti soggetti istituzionali e le forze politiche al governo del Paese, una subcultura che alimenta e fa da humus alla devianza di diversi settori e gruppi di operatori in divisa, in diversi casi con tanto di simboli e lessico ereditati dal ventennio. Un governo di destra che, non a caso, vuole abolire o modificare in peggio la legge sulla tortura varata nel 2017, già ritenuta da molte associazioni troppo blanda e non del tutto adeguata e conforme alla Convenzione Onu sui Diritti umani.

La Cgil contrasterà questo tentativo e come sempre sosterrà le normative e le misure necessarie per garantire lo stato di diritto, i diritti inviolabili della persona, e i percorsi di democrazia, legalità e trasparenza nella gestione delle politiche della sicurezza e nell’esercizio delle funzioni e delle attività delle forze dell’ordine.

Il rafforzamento della rappresentanza e del ruolo dei sindacati del settore, un percorso di formazione continua, adeguata e coerente con i principi costituzionali, l’incremento degli organici, turni di lavoro meno stressanti, il miglioramento complessivo delle condizioni di lavoro, l’utilizzo delle body cam e il codice identificativo sono tra i principali interventi necessari per sostenere tali processi, e impedire ulteriori derive pericolose e inaccettabili.

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