Fimer, energia solare per non arrendersi - di Frida Nacinovich

Stella inattivaStella inattivaStella inattivaStella inattivaStella inattiva
 

Anche ora che le nubi hanno lasciato spazio a un pur pallido sole, i combattivi e mai domi lavoratori della Fimer di Terranuova Bracciolini non possono tirare il fiato. E devono tenere occhi e orecchi aperti. Perché quanto successo loro negli ultimi anni dovrebbe entrare nell'antologia, sempre in aggiornamento, dei disastri provocati da chi imbocca la strada delle logiche finanziarie al posto di quelle industriali. Disastri che pure dovrebbero essere impensabili in un settore come quello delle energie rinnovabili, sempre più necessarie e dove ci sono anche i fondi del Pnrr legati alla transizione verde per chi, come loro, produce gli inverter fotovoltaici per trasformare in energia elettrica l'inesauribile calore del sole.

Cartoline dall'alta valle dell'Arno, quella tracciata dal fiume a cavallo delle province di Arezzo e Firenze, dove la vicinanza all'Autostrada del Sole e la tradizionale laboriosità toscana hanno fatto da catalizzatore ad insediamenti produttivi piccoli, medi e grandi, convincendo più di una multinazionale a investimenti sul territorio. E proprio a Terranuova Bracciolini, cittadina che con San Giovanni Valdarno e Montevarchi forma un triangolo industriale, ha sede quella che dopo vari passaggi di proprietà diventerà la Fimer.

Dopo 26 anni passati in azienda, delegato sindacale con in tasca la tessera della Fiom Cgil, Daniele Monterocci è di fatto la memoria storica di quanto accaduto tra la fine degli anni '90 e oggi. “Quando ho iniziato a lavorare qui avevo 24 anni – ricorda – ma non sono il più vecchio come anzianità aziendale, c’è chi lavora qui da 30, anche 40 anni: uno zoccolo duro di ricercatori, ingegneri e operai, con molte competenze”. Il suo racconto tratteggia la storia di un’azienda elettronica che all'inizio di questo secolo, da terzista, lavorava con i grandi marchi della telefonia e dell’elettronica. “Poi il vecchio fondatore ebbe la geniale intuizione di puntare sulle energie rinnovabili, in particolare sul fotovoltaico”.

Il cambio d'abito porta fama e fortuna all'azienda, che nel 2004, come Power One, inizia un'ascesa che nel giro di alcuni anni la porta ad essere, con tutto il ciclo del prodotto che si fa in Valdarno, il secondo produttore mondiale di inverter, cioè il motore di ogni impianto fotovoltaico, capace di trasformare la corrente continua prodotta costantemente dai moduli fotovoltaici in comune corrente alternata, immettendola nella rete elettrica domestica.

“Sono stati anni straordinari – ricorda ancora Monterocci – il fotovoltaico prendeva campo giorno dopo giorno, e fra il 2008 e il 2009 ci fu un vero e proprio boom di vendite, che portò per forza di cose a tante nuove assunzioni”. Una espansione che nel 2010 fa fatturare alla Power One un miliardo di dollari, di cui 750 milioni generati a Terranuova “Alla fine ai cancelli dell'azienda si presentò una multinazionale, la Abb, con una offerta che non si poteva rifiutare”.

Qui però iniziano i guai, perché la multinazionale elettrotecnica svizzero-svedese con sede a Zurigo decide di centralizzare tutto: “Così facendo veniva smembrato quell’insieme di competenze che era la vera forza dello stabilimento, dove si coprivano tutte le fasi del processo, da ricerca e sviluppo alla produzione, fino alla commercializzazione. In generale, Abb non riesce ad adattarsi al settore del fotovoltaico, e ad aggravare la situazione decide di abbandonare il mercato statunitense”.

Nel 2019 la multinazionale decide di mollare il solare e di buttarsi su soluzioni di mobilità elettrica, investendo su una nuova fabbrica di colonnine di ricarica a San Giovanni Valdarno. In parallelo “spacchetta” la vecchia Power One e all'inizio del 2020 cede le attività del solare all’italiana Fimer, che ha sede e stabilimento a Vimercate, in Brianza. “Un'azienda che nel recente passato aveva avuto anche importanti commesse, che avevano determinato una rapida crescita di una realtà rimasta per molti anni di piccole dimensioni– scuote la testa Monterocci – così fin da subito avemmo il timore che non avesse né le risorse, né la struttura, né la capacità di 'digerire' un'acquisizione così importante. Complice anche la pandemia che era appena scoppiata, andammo presto in crisi finanziaria”.

Il resto è storia di ieri, dal mancato pagamento dei fornitori alla richiesta di concordato in bianco al tribunale di Arezzo, con un fabbisogno per il superamento della crisi che per il ministero si attesta sui 70 milioni di euro. “Nel frattempo si fa sotto il fondo Greybull che possiede la McLaren Applied – riepiloga Monterocci - quella attiva anche in Formula1 e che è interessata proprio per la vicinanza delle produzioni, offrendo 50 milioni per il rilancio. Ma la proprietà perde più di sei mesi prima di firmare, in settembre, l'accordo. Noi abbiamo addirittura occupato la fabbrica lo scorso giugno per protestare, visto che solo a Terranuova in ballo ci sono quasi 500 posti di lavoro fra diretti e indotto. Ora la soluzione è a portata di mano, anche se il rischio dell'amministrazione straordinaria non è scongiurato. Ma sarebbe una beffa dopo l'arrivo di Greybull-McLaren. Soprattutto c'è bisogno di investire, perché i nostri concorrenti sono andati avanti mentre noi siamo rimasti fermi, perdendo tante opportunità”.

©2024 Sinistra Sindacale Cgil. Tutti i diritti riservati. Realizzazione: mirko bozzato

Search