Sussidiarietà: la convergenza tra neoliberismo e dottrina sociale della chiesa - di Giancarlo Straini

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Dalla fine degli anni ‘70 – a seguito della presunta crisi fiscale dello Stato che avrebbe reso insostenibile il welfare pubblico – è stato promosso il principio di sussidiarietà. Per Sabino Cassese tale principio è “ambiguo, con almeno trenta diversi significati, programma, formula magica, alibi, mito, epitome della confusione, foglia di fico”; tuttavia ha raccolto molti consensi.

Il concetto è nato nel XIX secolo, in relazione alle limitazioni del potere temporale della chiesa cattolica determinate dalla modernità, dall’Illuminismo, dalla formazione degli Stati nazionali. La prima reazione della chiesa alla formazione del Regno d’Italia è stata una contrapposizione frontale allo Stato liberale, un’indicazione di estraneità (“né eletti, né elettori”), uno sdegnoso non expedit (“non conviene partecipare”).

Poi è iniziata una lenta elaborazione del lutto per la perdita del potere temporale, fino al tardivo riconoscimento del “disegno della Provvidenza” che avrebbe liberato la chiesa da tali incombenze, come in “la volpe e l’uva” di Esopo. In realtà, per ritornare in campo, la chiesa cattolica ha dovuto ripartire “dal basso”, con la sua dottrina sociale e la sussidiarietà, che mantiene tuttora il suo significato originario antimoderno e controrivoluzionario, elaborato in contrapposizione all’Illuminismo e al pensiero liberale e socialista che ne discendono, per contendere loro l’egemonia sulle masse.

Il principio di sussidiarietà esprime un orientamento antistatalista (sussidiarietà negativa) ma non contrario, anzi alla ricerca dei sussidi dello Stato (sussidiarietà positiva), diversamente dal “principio di sovranità delle sfere” di matrice calvinista, che esclude ogni forma di sostegno da parte dello Stato. La chiesa cattolica resta centralista ma pretende che tutte le altre forme organizzate si basino sul principio di sussidiarietà (si potrebbe dire, con una battuta, che è per la sussidiarietà ma solo con i sussidi degli altri).

La riconquista dell’egemonia da parte del neoliberismo ha favorito il rilancio della sussidiarietà orizzontale (la sostituzione del pubblico con il privato), tramite il sostegno al Terzo Settore. Il Terzo Settore raccoglie molti aspetti nobili, ma è stato spesso utilizzato anche per erodere il welfare pubblico, per privatizzare sanità, istruzione e assistenza, per precarizzare il lavoro, per sostituire i diritti universali (egualitari) con la gerarchica carità, che attenua le contraddizioni più aspre ma conferma le asimmetrie di potere.

Su questo terreno si è assistito a una convergenza oggettiva tra il neoliberismo compassionevole e la carità cristiana, entrambi antiegualitari e antistatalisti (per uno Stato minimo), sia pure con analisi e finalità diverse. La sussidiarietà rischia di sostituire i diritti universali dello Stato costituzionale laico moderno con la carità affidata alle associazioni religiose e la “beneficenza” (detraibile dalla dichiarazione dei redditi) dell’élite liberista al potere.

Il concetto di sussidiarietà verticale (sostituzione del livello superiore con quello inferiore) è stato ripreso nel Trattato di Maastricht del 1992, anche se non si è poi caratterizzato come un criterio formale di ripartizione delle competenze, bensì come un criterio “liquido”, “elastico”, come una giustificazione ex post delle competenze attribuite. E l’esperienza ci ha mostrato che è stato usato sia per decentrare che per accentrare.

Analogamente in Italia, la modifica del Titolo V del 2001 ha costituzionalizzato la sussidiarietà, ma la Corte Costituzionale, per nostra fortuna, l’ha interpretata bilanciando il principio di promozione delle autonomie locali con quello dell’unità e indivisibilità della Repubblica, invitando a una “leale collaborazione” tra Enti, quando è prevista la “legislazione concorrente” tra Stato e Regioni.

Comunque, la disastrosa riscrittura del Titolo V della Costituzione, con l’introduzione del principio di sussidiarietà e le varie norme collegate, hanno obbligato gli enti locali a esternalizzare molte funzioni, e sono state usate per privatizzare la sanità (convenzionata) e la scuola (paritaria).

La pandemia ha dimostrato anche l’irrazionalità di un principio che dichiara di voler privilegiare la “vicinanza” alle persone (diffondendo il pre-giudizio che il privato sia sempre meglio del pubblico e le comunità locali dello Stato), ma che in realtà ha solo favorito il cacicchismo dei governatori e dei podestà.

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